La voce

Di Gianluca Cinelli

Quante volte ci è capitato di sentire un suono e di avere l’impressione di udire una voce? Non necessariamente si tratta di parole dal senso compiuto o di un discorso articolato, ma di una voce, un’emissione di suono assolutamente riconoscibile, coordinato, armonico. E quante volte può capitare di dove sforzarsi per distinguere la voce di un nostro interlocutore, forse perfino la nostra, nel brusio confuso di una strada o di un ristorante affollato? Che cos’è che distingue la voce da quel fondo indistinto di rumore?

La voce è quell’ordine apparente che ci permette di riconoscere il nostro mondo e noi stessi come qualcosa di organizzato, disposto secondo un ordine spaziale e temporale, con un inizio, un corso, un termine, dei confini, un dentro e un fuori, un qui e un lì. Lo spazio e il tempo sono le coordinate specifiche di questo mondo, e la voce ne è una delle rappresentazioni più essenziali. Perché la voce inizia e finisce con il corpo eppure è fuori di esso, si estende nell’aria, si espande, sale di tono, poi cala e si smorza. Non è mai in un luogo specifico come una cosa, eppure è lì in uno spazio circoscritto e appena un passo più in là cessiamo di udirla. La voce è il riverbero di una presenza, è l’eco di un’intelligenza che per un attimo ha espresso se stessa per farsi comprendere da un’altra intelligenza nei dintorni.

Anche agli animali noi attribuiamo metaforicamente una voce. Anche le cose hanno la loro voce, ci bisbigliano storie, ci suggeriscono trame di vita che sono nascoste nelle pieghe dell’apparenza. E una voce diventa inconfondibile all’orecchio che s’abitua ad ascoltarla. Non importa se bella o sgradevole, una voce ha il suo timbro, un’inflessione, una nota dominante che la fa essere l’estensione del corpo nell’aria.

Che cosa ha tutto questo a che fare con lo scrivere e con l’arte di uno scrittore? Moltissimo, perché uno scrittore è anzitutto teso a captare i segnali del mondo circostante, a discernerli su tutte le frequenze, sforzandosi di cogliere anche il più debole fruscio nascosto sotto il frastuono. E lo scrittore che s’addestra quotidianamente a questo compito finisce con lo scoprire che gran parte del suo lavoro ha precisamente a che fare con la voce. Infatti, la voce del proprio tempo in larga parte risuona attraverso le parole con cui lo raccontiamo, incluse le stonature e le cacofonie.

Parlo di addestramento, perché non è scontato che l’esperienza che facciamo del mondo ci appaia in ogni momento armonica, leggibile. Al contrario, è sempre attraverso uno sforzo di analisi e di semplificazione che riusciamo a ridurre il complesso nel semplice, cioè a condurre l’incommensurabile grandezza della natura alla misura della nostra piccolezza. Questa, come altre, è una pratica di meditazione di lavoro su se stessi, un metodo, una ricerca di equilibrio.

Perché una voce risuoni, deve spiccare individuabile su un fondo di silenzio. Il silenzio è ciò che manca nel nostro tempo, perciò è così difficile per noi cogliere la voce. E’ perfino difficile udire la nostra propria stessa voce. La vita che conduciamo ci ostacola con il rumore di fondo costante cui siamo esposti. Non parlo del traffico delle città, dei rumori industriali, del rombo dei jet. Parlo del rumore che ci riempie la testa ogni giorno attraverso le parole della comunicazione.

Lo sforzo che dobbiamo continuamente fare per discernere una voce (le voci, e infine, per lunga distillazione, la voce del nostro tempo) è uno degli aspetti centrali della differenza fra noi e gli antichi. Noi siamo una civiltà rumorosa. Scriviamo milioni di libri senza significato, senza stile, senza voce. Blateriamo nelle radio e nelle tv tutto il giorno senza dire niente. Anche al bar, per strada, la gente s’incontra e ripete a vuoto formule e frasi senza senso, prive di struttura (cioè di pensiero), sgrammaticate. Le persone non si comprendono eppure parlano la stessa lingua e s’intendono sul gioco fondamentale che condividono: riempiono il loro tempo indaffarato ma sterile con stringhe di rumore vocale, per coprire il silenzio che atterrisce queste loro esistenze misere, povere di spirito e prive d’interesse e curiosità per il mondo e per la vita.

La ricerca della voce è un pecorso interiore di liberazione, di scavo, di individuazione. Ma è anche di più, perché imparare a udire la voce al di sopra del rumore significa imparare a cogliere il dettaglio speciale, a distinguere il superfluo dal prezioso, e questa è la via che conduce a riconoscere ciò che rende un’esperienza essenziale e autentica.

Uno scrittore deve percorrere questa via con disciplina e zelo, non solo mentre scrive, ma in ogni momento della propria vita. Deve innalzarsi al di sopra del rumore del proprio tempo, non prestarsi a ripetere le parole e le formule che costituiscono la lingua, il pensiero e l’immaginario del proprio tempo in modo passivo. Deve appropriarsi di ogni espressione e sforzarla, deformarla, rubarne il segreto per capire se e come può farla propria. Deve rifuggire la volgarità, dimenticare quel che crede di sapere, deve diffidare di tutte le forme linguistiche che promettono un’immediata comprensione. Deve andare per strada, ascoltare la gente che parla senza dire niente. Deve provare a comunicare con le persone, solo per scoprire che la magior parte di queste non capisce nemmeno l’affermazione più banale, se soltanto questa viene esposta attraverso una sintassi appena complessa o un vocabolario minimamente più ricco di quello che vomitano le televisioni, i giornali, i libri di successo.

Lo scrittore deve scoprirsi ignorante ogni giorno, più volte al giorno, perché solo in questo modo impara a rivolgersi al mondo per porre rimedio alla propria ignoranza. E finirà presto o tardi per incappare in una situazione scomoda: scoprirà che la sua lingua, liberata dall’idiozia, è voce. Individuata, specifica, precisa, unica. Chi impara a sentire la voce, apprende anche a usare le parole in modo consapevole per dire tutto il dicibile, anche il più semplice. E scopre che questa voce è così diversa dal rumore delle chiacchiere, che le persone da poco faticheranno a capire questo idioma potente. Per un attimo si teme di aver compromesso tutto ciò che credevamo importante: la possibilità di avere un pubblico.

Ma proprio qui sta l’errore più grave che uno scrittore può commettere. Convincersi della necessità di esprimersi come il pubblico per essere gradito, letto e quindi pubblicato, è ciò che distrugge dall’interno l’intelligenza di uno scrittore, perché lo rende sordo alla voce. Gli resta l’impressione che la voce del proprio tempo sia il rumore che sente tutto intorno, e quindi inizierà a replicarlo, a imitarlo, a riempire di esso le proprie pagine, fino alla saturazione. Il pubblico, questo mostro informe, riceverà quel rumore allo stesso modo in cui riceve e produce il rumore nei bar, davanti alla tv, nel mezzo delle infinite chiacchiere oscene che si odono quotidianamente in ogni angolo di strada. Non distinguerà il cicaleccio del nostro scrittore dal resto del rumore e perciò lo amerà, perché non andrà a minare il fondo inarticolato dell’esistenza pigra e vuota della civiltà del consumo e del rumore.

Avere una voce è naturale, ma sapere di averla è un compito morale. Imparare a usarla è un’arte che si apprende con lo studio paziente, la disciplina, l’ascolto, mettendosi alla prova, rifiutando la lingua in cui nasciamo e viviamo, perché la lingua è viva solo nella bocca che impara ad assaporarla, non soltanto a masticarla. E chi apprende la propria voce acquisisce uno stile e sarà artista, non importa quale siano la forma, il campo e la funzione della sua attività.

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