Le molte vie della ricerca – I

La giubba dell’artigliere

Di Gianluca Cinelli

Molto, troppo spesso, la ricerca viene associata con l’immagine dell’erudito che vive segregato dal resto della società, in cupe biblioteche polverose, circondato da pile di tomi ammuffiti, o in sterminati archivi sotterranei profondi come caverne, nella pancia delle Istituzioni del sapere non accessibili se non ai pochi iniziati della Scienza e della Cultura. Questo è un modo possibile della ricerca, che molto spesso ha però più a che fare con la mera conservazione del sapere che con la scoperta di nuove vie e di orizzonti inesplorati. Infatti, un altro stereotipo del ricercatore è il tipo dell’avventuriero alla Indiana Jones, anche questo ben impolverato ma non certo della stessa fuliggine che si posa sui libri antichi. La sua è la polvere del deserto e delle rovine, delle strade sperdute dove si sono estinte antiche civiltà misteriose. Anche questo è un modo di porre la questione che però, come il primo, colpisce l’immaginazione ma non necessariamente il centro del bersaglio.

La ricerca è, dice la parola stessa, un’attività svolta da qualcuno che non ha a portata di mano ciò di cui ha bisogno. Non importa se l’oggetto in questione è una nozione, una formula, una cosa desiderata o una chimera, per essere un ricercatore bisogna avere un problema tra le mani e bisogna che questo problema si presenti alla coscienza in forma negativa, cioè come una mancanza, un’assenza.

Il ricercatore è uno che non ha quello di cui ha bisogno e spesso non sa nemmeno dove potrebbe trovarlo. Spesso, nei casi più difficili, non sa neppure che forma ha la cosa da trovare e, nei casi disperati, nemmeno che cosa si debba cercare precisamente. Pensiamo ai buchi neri, affascinante oggetto di ricerca che però sfugge a qualsiasi capacità fisica di vederne uno. Com’è fatto? È una cosa o una non-cosa, appunto un buco, un vuoto? È un po’ come avere una ciambella sotto il naso, ma essere disperatamente attratti dal buco anziché dal dolcetto. Che cosa abbiamo per percepire il vuoto, per osservarlo, misurarlo e comprenderlo? La ciambella, appunto, il suo profumo, la fragranza, il colore, la rotondità della pasta gonfia e fritta. I fisici che ragionano sui buchi neri non hanno che lo spazio circostante per “vedere” i loro oggetti, ma peggio di chi fa colazione vagano a tastoni e fanno ipotesi spesso restando a bocca asciutta.

Ma non era qui che volevo arrivare. Era mia intenzione restare più in basso, sulla terra, perché il problema della ricerca è un fatto comune della vita di tutti. La ricerca inizia, dicevamo, da uno stato di mancanza. Il ricercatore è qualcuno che ha bisogno di qualcosa, un mezzo per ottenere un fine, o conoscenza, o comprensione di qualcosa che non capisce: partendo da questo stato di indigenza che lo inquieta, il ricercatore si mette in cerca e non sa quanto tempo impiegherà nell’impresa, né se riuscirà.

La ricerca è quindi un’esperienza più comune di quanto si possa credere, può accadere a chiunque di condurne una nel modo più triviale e inconsapevole. A tal riguardo vi racconto una storia. Anni fa desideravo un giubbino corto alla vita, di foggia militare. Iniziai dai negozi di vestiti sul Corso, niente. Sbagliati i tagli, il tessuto, la l’intenzione stessa di quegli abiti ispirati vagamente a un’idea di uniforme, ma poi pensati per essere insignificanti capi di moda casual. Più li guardo, più l’idea che ho di ciò che voglio si raffina, si chiarisce. Il giubbino dovrebbe avere i bottoni e non la zip. Il colletto dritto e un po’ rigido, senza cappuccio. La stoffa dovrebbe essere più robusta di questa, le cuciture doppie, e non dovrebbe recare etichette e marchi. Ecco, la ricerca inizia da qua: studiare che cosa c’è già in circolazione, per scoprire che non serve al nostro scopo, che non risponde ai nostri bisogni e criteri. Similmente, chi vuole aprire un negozio, un locale o una fabbrica, si guarda intorno, si chiede che cosa già esista in zona, di che cosa ci sia bisogno, e se questo “vuoto” risponda anche al proprio desiderio di lanciarsi in un’impresa. Nessuna ricerca può reggersi senza un movente abbastanza forte da sostenere un grande sforzo di energia prolungato nel tempo. La ricerca richiede interesse e qualcosa di più, un tarlo che scava e una certa passione per l’andare fino in fondo, per non prendere le cose alla leggera solo per “ammazzare il tempo”. Quando si è capito grosso modo dove si vuole andare a parare e di quali mezzi si è a disposizione, si inizia a girare, guardare, chiedere, setacciare ogni possibile fonte in cerca di un indizio. Finché si trova quel segnale che ci fa arrestare e gridare “ah ah!, eccolo”.

Nel caso della mia storiella fu un documentario sulla seconda guerra mondiale a mettermi sulla pista giusta, in cui vidi il mio giubbino addosso a un fuciliere canadese nel 1944. Bello, avvitato, taglio preciso, collo dritto, essenziale, colore verde-marrone tenue, abbinabile su tutto. Problema: è un’uniforme militare del 1944. Dove la trovo se non in qualche museo? Non mi perdo d’animo, ogni volta che scorgo un banco di vecchi vestiti aguzzo la vista, ogni pezzo di stoffa che mi ricordi quel colore verdastro attrae la mia attenzione. E finalmente ne vedo uno a Roma, in un negozietto vintage di Via del Governo Vecchio, di cotone, degli anni Sessanta, appartenuto a un soldato francese negli anni Sessanta. Non è quel che cerco, ma mi sto avvicinando. Il ragazzino che lo indossava doveva essere alto un metro e sessanta, niente da fare. Neanche se volessi potrei mai metterlo. Ma ora so dove cercare. È nei meandri dei mercatini dell’usato che potrei trovare, nascosto tra mille altri capi, il mio giubbino. Ecco che si delinea finalmente il metodo della mia ricerca, che deve essere sistematica se voglio sperare di trovare ciò che mi serve. Devo battere tutti i mercati, le fiere, setacciare bancarelle e negozi di abiti usati e vintage, seguire i mercatini di militaria. Ma in Italia è improbabile che si trovino vecchie divise straniere, infatti nei mercatini trovo residuati bellici nostrani, perlopiù cappotti di castorino degli anni Settanta. Ci provo anche a Berlino, in occasione di una vacanza, ma trovo soltanto roba ex-DDR e residuati sovietici degli anni Ottanta, più kitsch che vintage.

Non mi resta che Londra, e infatti ci arrivo vicino a Portobello, vedendo un cappotto color kaki degli anni della guerra, ma troppo piccolo e troppo rovinato per essere davvero più che un cimelio o uno scomodo straccio per la polvere. Però lo guardo a lungo e mi convinco di avere trovato la cosa più vicina a quel che cerco. L’abito è elegante e grezzo al contempo, bello nella figura ma ruvido nel tessuto e nella fattura. È lungo, caldo, virile, a suo modo elegante nel suo spiccare solitario tra mille altri capi che in quel momento scompaiono. Ma non è lui che cercavo. Temo ormai che l’impresa sia disperata.

Così per lungo tempo sospendo la ricerca, deluso e abbattuto. Il mio esperimento mi ha condotto in un vicolo cieco. Ho escluso i mercatini italiani e tedeschi e ho scoperto che in Inghilterra circolano tante vecchie uniformi, spesso in cattivo stato o molto piccole, perché i nostri nonni erano più minuti di noi.

Poi un giorno mi viene un’idea, proprio quando meno la cerco. Penso che quegli stessi venditori dei mercatini potrebbero anche tenere la merce esposta su Ebay, e in tal caso varrebbe proprio la pena di provare, tanto più che non dovrei viaggiare ma soltanto dedicare una cospicua quantità di tempo alla nuova ricerca. Non ho avuto torto, perché scopro presto che esiste un mercato parallelo di articoli militari vintage in rete, ce n’è d’ogni tipo e prezzo. Ma l’esperienza di quei due pezzi di uniforme, il giubbino francese e il cappotto inglese in cui potrebbe entrare un ragazzino, mi insegna che è pericoloso acquistare così: non esistevano le taglie S, M, L, XL. Le uniformi britanniche riportavano le taglie in pollici, per altezza, vita e petto. Bella impresa capire in quale divisa potrei entrare partendo da dati così astratti. Una taglia europea 48 di oggi corrisponde a un gigante del 1944. Considerato il numero di uniformi sopravvissute da allora, per la legge statistica saranno poche quelle abbastanza grosse da entrarci dentro e poterle abbottonare. Nuovo colpo basso, mi assale la frustrazione.

Poi, un giorno, perse ormai le speranze, nel mercatino dell’usato a Oxford, proprio dietro la stazione degli autobus, vedo appeso a una stampella un giubbino color kaki. Mi avvicino con circospezione, quasi diffidente. So che anche stavolta mi farà del male. È in ottimo stato e anche corredato in completo con i pantaloni. Un autentico “battle dress” di lana cotta (di quella ruvida che pizzica e arrossa la pelle, e puzza quando si bagna), con le finiture rozze all’interno e i rinforzi di tela verde-sabbia nei polsi, sulle asole e con le tasche interne letteralmente “appese” dentro senza fodera né altro. Una veste rozza, ma robusta e calda. Su una tasca interna spicca un timbro d’inchiostro blu con le misure dell’uomo che può indossare quella divisa e la stampigliatura “battle jacket. Pattern 1948. Manufactured in Belfast 1950”. È lui, l’ho trovato. Eppure non ho il coraggio di comprarlo, mi sembra irreale, non posso crederci e adesso che ci ho messo le mani sopra mi sembra che qualcosa non vada, che non sia possibile che la cosa finisca così, che davvero quella specie id strana tuta sia la risposta a tanto lungo peregrinare. Lo lascio lì dov’è, correndo un rischio ulteriore, che forse è la prova di cui ho bisogno inconsciamente, la prova d’amore che deve suggellare questo incontro romantico. Il mercatino tornerà solo tra due settimane, e nel frattempo mi chiederò cosa provo nel mio stato attuale. Dopo anni di ricerche ho trovato il mio oggetto, gli sforzi e la pazienza sono premiati, e adesso che quasi mi è sfuggito sento che un’ansia mi assale, un’impazienza di correre al mercato, cercare la bancarella, sperando con un nodo nello stomaco che non l’abbiano venduto su qualche altra piazza.

È ancora lì. 30 sterline ed è mio con i pantaloni, che non metterò mai ma che prendo lo stesso. Mi calza perfettamente, è caldo, pesante, tiene il vento e ha tasche spaziose. Devo solo tirar via gli stemmi di reggimento, le medaglie cucite (il proprietario era un veterano con le campagne d’Africa e d’Italia sulle spalle). E devo fargli prendere aria, puzza di cane bagnato e di tabacco. Mia madre, quando lo vedrà, penserà a una maschera di carnevale così ben fatta da sembrare vera. Come darle torto? Mio nonno, fante del Gruppo Combattimento “Friuli” inquadrato nell’VIII Armata britannica nel 1944-1945, ne indossò uno simile in guerra.

Quel giubbetto, più anziano di mio padre, mi segue dal 2008 e ancora lo indosso. Ebbene, questa storiella è l’esempio di una ricerca che non s’è svolta in biblioteca o in un laboratorio tra microscopi e provette. Vedete? Ci va metodo in ogni ricerca. Sapere che cosa si vuole partendo dall’esplorazione di ciò che già c’è ma non fa per noi; capire cosa c’è e dove si trova; informarsi sulle specifiche della cosa, sulla sua utilizzabilità, sulla adeguatezza al fine. Io non volevo mica un cimelio da tenere in naftalina per collezione! Volevo proprio un giubbetto per l’inverno, una cosa speciale, introvabile. Un vestito unico, il che è paradossale se penso che si tratta di un’uniforme militare, un capo prodotto in serie e in massa per vestire migliaia di uomini tutti allo stesso modo. Ma fuori da quel suo contesto, da questo suo orizzonte di realtà o di attesa, quel giubbino si è trasfigurato, diventando altro, un capo unico nel suo genere.

Ma c’è dell’altro. Questa ricerca, proprio perché condotta con studio, metodo, avanzando per tentativi e conclusa con un momento di verifica empirica, ha prodotto un sapere. Oggi, nel mio piccolo, ho esperienza nel campo, potrei indirizzare altri che si avviassero sullo stesso sentiero, potrei fugare dubbi, trasmettere il mio “know how”. Va da sé che nessuno o quasi nessuno indosserebbe mai un giubbetto come il mio, però non bisogna mai essere troppo sicuri dei proprio assunti. Un giorno, ero in Germania in un caffè, sento qualcuno che mi chiama in inglese, con un forte accento americano. Mi giro e mi trovo davanti un uomo sui cinquanta, che osserva il mio giubbetto con una strana luce negli occhi e continua a chiedermi se è originale, se non è una replica. L’ho già visto quello sguardo, conosco quell’espressione di gioia incredula mista a invidia e struggimento. Ho visto quell’espressione con gli occhi della mente, quando era stampata sulla mia faccia in un mercatino di Oxford. Potete immaginare con quale fremito di orgoglio ho aperto il mio “battle jacket” e mostrato a quell’uomo strabiliato la stampigliatura sulla tasca? In quel momento ho assaporato il gusto unico che riserva il frutto raro di una ricerca riuscita.

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