Il paese dimenticato. Nuto Revelli e la crisi dell’Italia contadina

Quando, negli anni Sessanta, la società italiana inseguiva il sogno del benessere, Nuto Revelli iniziava a tessere il suo lungo dialogo con i reduci di guerra e i contadini della sua provincia, il Cuneese, raccogliendo storie di emarginazione e miseria. Scopriva così l’indifferenza e il cinismo con cui gli agricoltori poveri, spesso anziani e malati, che non potevano tenere il passo di una modernizzazione economica troppo rapida e poco attenta all’individuo, venivano abbandonati a se stessi. Questo libro ricostruisce, analizzando le opere pubblicate, le interviste e numerosi materiali d’archivio inediti, il modo in cui Nuto Revelli condusse una battaglia culturale e civile ispirata ai valori etico-politici dell’azionismo, appresi durante la Resistenza come comandante partigiano GL. Una battaglia che, con i suoi insegnamenti di metodo, rappresenta ancora oggi un monito a non sacrificare il rispetto per l’essere umano in nome dello sviluppo economico.

Indice del volume
  1. Introduzione. L’attualità di un ricercatore indipendente
  2. La grande delusione. Il dopoguerra e la difficile democratizzazione (1945-1960)
  3. La guerra degli altri. Un “pesante debito da pagare” (1960-1966)
  4. Le lettere dei soldati. La campagna povera scrive la sua storia (1965-1971)
  5. Una nuova stagione di resistenza. Il dialogo con i contadini della campagna povera (1970-1977)
  6. La ricerca nella ricerca. La donna della campagna povera (1977-1985)
  7. Il “manovale della ricerca”
  8. Un monito dai fantasmi del passato: resistere all’ignoranza
  9. Appendice
  10. Indice dei nomi

Dall’introduzione

La prima volta che incontrai il nome di Nuto Revelli fu nel 2002,
quando comprai per caso da una bancarella una copia del Disperso di
Marburg. Quel libro fu una sorpresa entusiasmante, poiché mi insegnava
che l’impegno intellettuale non è una nozione ideologica astratta e che la
ricerca non è un’attività relegata dentro le istituzioni del sapere. In quel
libro trovai la storia di una ricerca nata dall’esperienza vissuta, rigorosa
ma sentimentale, che dava spazio alle emozioni integrandole nel processo
razionale del metodo in un circolo virtuoso. Alla fi ne non importava tanto
che essa conducesse all’affermazione di una verità, quanto che fungesse
da correttivo delle certezze ritenute indubitabili, dei pregiudizi radicati
nel tempo con l’abitudine. Allora conoscevo la storia della seconda guerra
mondiale per come veniva insegnata sui manuali, una “grande storia”
di campagne, mappe, nazioni. Questo scrittore mi parlava di una storia
che invece ignoravo del tutto, quella delle persone reali, della vita vissuta,
mescolando insieme in modo armonico la passione e la ragione.

[…]

Nel 1942 il giovane uffi ciale partì volontario per il fronte russo, per
fare la sua parte in una guerra che voleva vincere, ma come tanti altri ufficiali e soldati italiani di allora non sapeva niente della Germania nazista
con cui l’Italia era alleata e ignorava il programma di sterminio razziale
e di sfruttamento che Hitler aveva in mente invadendo l’Unione Sovietica.
Così, quando nella cittadina bielorussa di Stowbtzy vide per la prima
volta gli ebrei che come spettri si aggiravano tra le rotaie lungo le tradotte
in sosta, raccogliendo spazzatura ed elemosinando pane, provò nausea e
pena. Questo episodio segnò il risveglio della coscienza, perché Nuto
comprese di essere coinvolto in un’impresa sbagliata, voluta dai tedeschi
e imposta dal fascismo agli italiani, che a malapena avevano idea di dove
fosse l’Unione Sovietica.

[…]

Nell’estate del 1943 aveva ormai capito in quale vicolo cieco l’ignoranza
l’avesse condotto e quando in Italia assisté prima al “disordine di
Badoglio” e poi alla catastrofe finale dell’8 settembre, più grave di quella
in Russia, capì che l’unica strada era quella della rivolta armata contro i
fascisti e i tedeschi loro alleati. L’esperienza partigiana fu difficile sotto
tutti gli aspetti, non solo perché Nuto era confuso, malato di pleurite e risentiva ancora della ferita al braccio. La nuova guerra era una lotta impari fra l’esercito povero e scamiciato dei partigiani e il potente esercito tedesco, ma soprattutto era una guerra politica che doveva anteporre i fini ai mezzi. E i giovani ventenni nati sotto il regime non avevano ricevuto alcuna educazione politica che non fosse quella dell’indottrinamento fascista.


Ricostruire l’Italia su basi nuove, senza fascisti e senza re, era lo scopo
di quella guerra. Questo dicevano i commissari politici, i protagonisti
dell’antifascismo cuneese di Giustizia e Libertà, emersi come dal nulla
dopo il 25 luglio 1943. Dante Livio Bianco parlava di Carlo Rosselli, della
guerra di Spagna, dei volontari delle Brigate internazionali che avevano
combattuto contro le truppe fasciste di Franco. Storie che Nuto non aveva
mai sentito, ma che la passione di Bianco gli faceva ascoltare avidamente.
Fu proprio Bianco, un avvocato di città che in montagna si era trasformato
in un combattente e dava l’esempio rischiando in prima persona, a
convincerlo che era giunta l’ora di lasciarsi il passato alle spalle.

[…]

Concluso il tempo della violenza, raccontò la storia della sua uscita
dall’ignoranza nei libri autobiografi ci Mai tardi (1946) e La guerra
dei poveri (1962). Poi rivolse la propria attenzione ai reduci della Russia,
molti dei quali sopravvivevano nell’emarginazione, abbandonati a se
stessi. La società italiana, ubriaca di benessere, tutta intenta a dimenticare
il passato e a spremere quanta più ricchezza possibile dal miracolo economico, ignorava l’esistenza delle sacche di miseria e di emarginazione
che invece persistevano nelle campagne povere, nelle periferie urbane e
nei manicomi dove i reduci di guerra affetti da turbe psichiche, i “fragili”
e quelli che non si allineavano con il pensiero dominante venivano spesso
internati. L’inchiesta parlamentare sulla miseria del 1951-1952 rilevò
che quasi il 12% della popolazione viveva in condizioni di estrema povertà,
nonostante il varo della riforma agraria e l’inizio dell’espansione
dell’industria.

[…]

Dopo venticinque anni di dialogo con la gente contadina, Revelli capì
che questo mondo era uscito dal suo “stato di minorità”. L’opportunità di
ammodernamento fornita dall’industria aveva innescato un cambiamento
di mentalità nei giovani, i quali avevano deciso di tagliare i ponti con la
tradizione, mettendo in gioco l’identità culturale e rifiutandosi di ripetere
una vita di miseria come quella dei loro padri e nonni. La campagna
povera era stata una realtà marginale ma non minoritaria nell’Italia del
miracolo economico e la “società che conta” aveva finto di ignorarla perché
l’esistenza di un vasto numero di contadini emarginati e rassegnati
s’era rivelata utile per sostenere l’economia che decollava in un momento
in cui il paese smetteva di essere agricolo e arretrato per diventare in
fretta una nazione industriale.

[…]

Negli anni Sessanta e Settanta Revelli non ignorava la campagna ricca,
né deprecava la diffusione del benessere. Osservava però gli effetti
della frenetica modernizzazione italiana con preoccupazione e sospetto,
perché mentre una parte di popolazione si arricchiva e diventava una nuova società di consumo e consenso, un’altra parte (contadini, montanari,
artigiani rurali) restava tagliata fuori dai vantaggi della modernità e dal
miglioramento economico, abbandonata in sacche di descolarizzazione,
senza infrastrutture di base e posta davanti a un’alternativa feroce: lasciare
la terra e andare a lavorare in fabbrica, oppure vivere di miseria
sul proprio campo che per tanti motivi non poteva essere sfruttato con
logica di mercato, perché troppo piccolo o poco fertile o impervio.

[…]

In questa battaglia la voce di Revelli rimane inconfondibile, perché il
suo profilo di scrittore era molto diverso da quello tradizionale dell’intellettuale “militante” italiano. Estraneo alle correnti e alle mode, all’accademia, e soprattutto indipendente da qualsiasi circolo ristretto, club o cricca – politica o culturale che fosse –, Revelli era anzitutto un uomo
d’azione e la sua idea di cultura non era libresca ma concreta, fatta di cose
e di persone. Perciò assunse uno sguardo defilato, intransigente e tenace,
e senza falsa modestia si definì un “manovale della ricerca”.

[…]

Questo libro si concentra soprattutto sugli anni in cui Revelli lavorò
sulla e nella campagna povera, perché a mio avviso è in quel periodo
che si trova il contributo più originale di questo scrittore al dibattito critico
sulla trasformazione dell’Italia da paese arretrato, agricolo e fondato
sui cardini tradizionali della famiglia, della religione e della piccola economia, a nazione moderna, industriale e capitalistica. Una trasformazione troppo rapida e imperfetta, segnata da contraddizioni e da forti disequilibri fra Nord e Sud, città e campagna, ricchi e poveri, uomini e donne. Ma soprattutto, una trasformazione mal riuscita perché impostata fin dall’inizio su un’ambigua svolta democratica, sotto la cui copertura in realtà si mantenne vivo lo spirito del fascismo nei suoi tristi aspetti più incivili, cioè l’autoritarismo, la mancanza di rispetto per la legge, l’arbitrarietà dei “prominenti”, la sfiducia nella partecipazione politica e la vocazione a delegare le decisioni collettive a uno o pochi “capi”. Poiché molti di questi disequilibri persistono ancora, e altri se ne aggiungono (cito solo quelli fra italiani e immigrati stranieri e fra uomini e donne), il discorso di Revelli sulla difficile modernizzazione del paese rimane attuale e può essere fonte d’ispirazione per un pensiero critico.

[…]

Ponendo a confronto, in dialogo e in conflitto, la sua voce con quella
dei suoi contemporanei attorno ai temi dell’emarginazione dei reduci di
guerra e dei contadini poveri, questo libro cerca di comprendere meglio
la profondità e la validità del contributo che Revelli diede negli anni Sessanta e Settanta (ma ancora dopo e fino alla fine) al dibattito sulla difficile modernizzazione dell’Italia. E mette in pratica uno dei suoi principi etico-metodologici più importanti, cioè che la comprensione del passato aiuta a capire il presente e a modificarlo. Per raggiungere lo scopo, ho pensato che fosse utile presentare al lettore alcuni tra i documenti preziosi che ho avuto modo di consultare in diversi archivi nel corso delle ricerche.
Documenti epistolari che rivelano il mondo di Nuto Revelli dietro i suoi
libri, i suoi rapporti intellettuali con mentori e amici, ai quali confidava
dubbi ed entusiasmi, delusioni e speranze attorno a una vasta gamma di
temi politici, sociali, culturali. Tutto ciò mostra quanto Nuto fosse attento
al mondo che lo circondava, e che dal suo “osservatorio provinciale”
guardava lontano e capiva le cose al volo, cogliendo tanto le tendenze
virtuose del progresso quanto i pericoli di degenerazione e involuzione
del sistema democratico italiano.

[…]

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